Hack Lab – hacker civici per lo sviluppo delle comunità locali

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Il Massachusetts Institute of Technology è tra gli istituti tecnologici più influenti del mondo. Creato nel 1861 sul modello dei politecnici europei, il centro si caratterizza per i suoi laboratori interdisciplinari, che combinano scienze applicate e ingegneria. Nella sua prestigiosa faculty operano o hanno operato 91 premi Nobel e l’economia generata dai suoi alumni, nel 2017 ha registrato un reddito aggregato di $ 1.900 miliardi.

Dentro l’MIT, e più precisamente nell’Artificial Intelligence Lab diretto da John McCarthy negli anni ’60 si sviluppò e consolidò una delle più importanti innovazioni sociali dei nostri tempi, ovvero quella che Steven Levy denominò l’etica hacker. Hack era il termine per indicare gli scherzi goliardici fatti da studenti ma in quell’ambiente si trasformò in un problema da risolvere per il gusto della sfida. L’etica hacker si è diffusa in gran parte del mondo informatico e attraverso di esso ha contagiato a livello globale il modo di produrre, divertirsi, stare insieme.

Tale nuova etica, descritta più recentemente da Pekka Himanen come superamento dell’etica calvinista che ha dominato una prima fase del capitalismo, si fonda sui principi di: condivisione, apertura, decentralizzazione, libero accesso alle tecnologie informatiche, miglioramento del mondo. Gli hacker hanno certamente molto contribuito all’affermazione di modelli di sviluppo basati su neutralità della rete e paradigma open source.

Due degli imperativi di tale modello culturale sono: hands on e radical collaboration. Il primo sta a significare la voglia di sporcarsi le mani, di interagire direttamente con le questioni e gettarsi alla ricerca di soluzioni secondo un approccio empirico di prova ed errore. Il secondo evidenzia l’importanza della community quale spazio di confronto, socializzazione, divertimento e scambio. È una comunità orizzontale, spesso puramente virtuale, fatta di reti e connessioni che svolge il duplice ruolo di fonte di apprendimenti e palcoscenico sul quale dimostrare il proprio valore.

Non è un caso che dentro il Media Lab dell’MIT, nel 2001, abbia preso vita il Center for Bits and Atoms, ovvero il laboratorio sperimentale volto a integrare fisica e informatica per lo sviluppo di un nuovo paradigma produttivo: la fabbricazione digitale. Da tale esperienza pionieristica deriva il Programma FabLab volto a istituire micro-laboratori di prototipazione rapida e fabbricazione digitale, oggi diffuso in tutto il mondo. Materia e modelli matematici interagiscono in questo ambiente sospeso tra reale e digitale: una sorta di varco che mette in comunicazione i due mondi accelerando enormemente i processi di trasformazione e condivisione.

Nel 2010 un libro di Gianluigi Cogo “La cittadinanza digitale” lancia in Italia il dibattito sul cosiddetto civic hacking promuovendo una forma di interazione tra Pubblica Amministrazione e attivisti civici basata sull’innovazione e l’etica hacker. Le Pubbliche Amministrazioni sono sature di dati e informazioni ma falliscono nel trasformarle in servizi a beneficio della comunità. Gli “innovatori senza permesso” sono persone in grado di trovare vie d’accesso a tali dati e impiegarli per la generazione di nuove soluzioni a bisogni collettivi. L’hacking civico consiste quindi nel forzare il co-design del servizio imponendo di fatto un paradigma di Open Governement. L’intento è quello di capitalizzare il patrimonio informativo e generare innovazione sociale al servizio del welfare locale.

Un anno più tardi, nel 2011, durante la settima conferenza internazionale dei FabLab a Lima (Perù) viene lanciata una iniziativa promossa dal Center for Bits and Atoms dell’MIT, la Fab Foundation, il Comune di Barcellona e l’Istituto d’Architettura Catalano. Il progetto è denominato FabCity e la sua finalità è quella di rendere neutrali le città sotto il profilo dei consumi. Si tratta quindi di portare le città a produrre localmente ciò che consumano, riducendo sistematicamente la movimentazione delle merci e il consumo di energia. Il concept è teso a dimostrare che le tecniche di prototipazione rapida e di condivisione radicale che caratterizzano i Fab Lab possono essere estese all’intero contesto cittadino, dando vita a soluzioni innovative in grado di trasformare gli ambienti urbani. Ad oggi sono 18 le città nel mondo che hanno adottato questo modello.

Infine, nel 2015 la Commissione Europea ha lanciato una iniziativa denominata Smart Anything Everywhere (SAE) nell’ambito del Programma Horizon 2020 per la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione. SAE mira a moltiplicare i cambi di impiego delle tecniche 4.0 portandole al di fuori dei contesti industriali sino a trasformare ogni aspetto della società. Intelligenza diffusa, connessioni uomo-macchina, design collaborativo, condivisione del valore sono temi centrali del nuovo paradigma che oggi si estende al di fuori della produzione di beni e permea gli aspetti relazionali dello stare in comunità.

Lo sviluppo sostenibile del territorio dipende in grande misura dalla capacità delle nuove generazioni di ripensare i beni collettivi e relazionali. L’etica hacker combina attivismo e coscienza sociale con creatività e impegno ed è pertanto ritenuta cultura fertile per la nascita di nuove forme di innovazione sociale.

Il Progetto HACKLAB mira a diffondere l’etica hacker nel territorio per promuovere iniziative di hacking civico che partano dalle sfide lanciate dal movimento FabCity e generino soluzioni innovative ispirate al paradigma Smart Anything Everywhere.

Per ottenere tale impatto, il progetto opera su tre direttrici:

  1. Promuovere processi di scoperta imprenditoriale che facciano emergere bisogni collettivi irrisolti;

  2. Identificare le risorse informative e co-progettare soluzioni innovative ai bisogni identificati;

  3. Realizzare prototipi per la validazione rapida delle soluzioni ideate;

  4. Misurare le evidenze prodotte condividere la conoscenza generata.

Il Progetto ha durata di 12 mesi, indicativamente da settembre 2018 ad agosto 2019.

Alle aziende, con particolare attenzione alle startup, partecipanti al progetto verranno offerte:

  • Percorsi di formazione specializzati su come avviare l’attività di impresa e svilupparla anche a livello internazionale;

  • Consulenze individuali e di gruppo sulle tematiche di interesse dell’azienda offerte dai professionisti di FabCube;

  • Partecipazione ad eventi di networking e sviluppo di sinergie.

Il capofila del Progetto è l’incubatore FabCUBE.

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